Home | News | Immagina una mattina qualsiasi all’interno della tua azienda. Le linee telefoniche improvvisamente cadono, il gestionale non risponde, la piattaforma e-commerce è irraggiungibile. I dipendenti fissano lo schermo con lo sguardo perso, i clienti provano a contattarti senza riuscirci e nel frattempo, ogni minuto che passa, i costi salgono. Ecco, questo è il temibile downtime, quell’interruzione improvvisa dei sistemi che può paralizzare la tua attività. Ma quali sono le cause reali di un downtime? Non una, in verità. Potrebbe essere un cavo tranciato, un server in avaria, un attacco informatico, persino un aggiornamento mal gestito.
Nessun sistema è infallibile e la verità è che la maggior parte delle aziende si accorge di quanto dipenda dalla propria infrastruttura IT soltanto nel momento in cui questa smette di funzionare. Eppure, la tecnologia per evitare queste situazioni esiste e si chiama ridondanza il che vorrebbe dire avere componenti pronti a subentrare immediatamente quando qualcosa si guasta.
Vediamo allora perché la ridondanza è oggi imprescindibile, quali modelli adottare in base al settore e come implementarla senza disperdere risorse.
Perché la ridondanza è vitale e cosa comporta il downtime
All’interno di una azienda i sistemi informatici vengono spesso percepiti come infallibili, e in effetti, finché tutto fila, è così. La prospettiva invece cambia nel momento in cui qualcosa si inceppa. Il downtime attraversa tutti i livelli dell’organizzazione e non si ferma esclusivamente sul confine tecnico. Può trasformarsi in una voragine, anche sul piano economico e oltremodo su quello reputazionale. A complicare il quadro, il downtime raramente arriva da solo. Spesso, a seguito di un’interruzione, emergono altri problemi collaterali: chiamate inevase, ordini duplicati, dati non sincronizzati, clienti che cercano alternative altrove. E il recupero non è mai immediato. Anche dopo aver “riacceso le luci”, possono servire ore o giorni, per riportare tutto alla normalità, rielaborare informazioni perse. La ridondanza si basa su di una idea semplice, ovvero quella di replicare componenti critici in modo che, se uno smette di funzionare, un altro possa subentrare all’istante, senza che l’utente finale percepisca alcun disservizio. Questa modalità, chiaramente, non elimina la possibilità che un singolo elemento si guasti. Però impedisce che quel guasto si trasformi in una catena di conseguenze. Pertanto le procedure, una volta stabilite, non vanno modificate. L’idea è semplice nella teoria e sofisticata nella pratica: si può parlare di ridondanza a diversi livelli. Quella hardware, che prevede ad esempio server clone o sistemi di storage duplicati. Quella di rete, che utilizza più linee o percorsi alternativi per garantire connettività costante. E quella software, dove i dati e le applicazioni vengono sincronizzati su ambienti diversi, pronti a essere attivati. In tutti i casi, l’obiettivo è lo stesso: togliere al guasto la capacità di fermare l’azienda.
Non va pensata la ridondanza come “cura” al problema, bensì come sistema di prevenzione. Molte aziende, però, soprattutto se realtà di piccole dimensioni, commettono l’errore di pensare alla ridondanza, solo dopo che si è già verificato un primo fermo grave. Il downtime indistintamente riguarda tutte le attività, a prescindere dalla loro dimensione.
È vero che implementare sistemi duplicati, connessioni alternative e soluzioni di failover ha un prezzo iniziale, ma è altrettanto vero che un singolo episodio di inattività prolungata può superare di gran lunga quel costo e con effetti molto più duraturi dell’episodio in sé.
Come progettare una infrastruttura ridondata davvero efficace
Partiamo da una finto mito: la ridondanza non è un semplice raddoppio di apparecchiature e non è sufficiente acquistare un secondo server o aggiungere una linea internet in più per poter dire di essere al sicuro. La vera protezione nasce da una progettazione ragionata, capace di considerare non solo le tecnologie da integrare, ma anche i processi, le priorità aziendali e le modalità di intervento in caso di crisi. In altre parole, la ridondanza va pensata come un ecosistema, non come una somma di pezzi sparsi.
Cosa va protetto prima? Bisogna partire dalla risposta a questa domanda per capire che tipo di ridondanza strutturare e come. Ogni azienda ha punti nevralgici diversi e occorre mappare queste aree per identificare le parti dell’infrastruttura che non possono permettersi interruzioni, neanche per pochi minuti.
Poi arriva il nodo tecnico: come duplicare e mettere in sicurezza questi elementi? Come abbiamo anticipato va ragionata la tipologia di ridondanza da applicare e in una ridondanza hardware bisogna considerare e valutare la presenza di server gemelli, switch duplicati, sistemi di storage configurati in mirroring. Non devono per forza essere fisicamente nello stesso luogo: anzi, in certi casi, è preferibile che siano in sedi distinte per ridurre il rischio di disastri locali. Una ridondanza di rete significa piuttosto avere più connessioni internet con provider differenti, possibilmente instradate attraverso percorsi separati. Così, se un cavo viene tranciato o un nodo del provider va in blocco, il traffico dati trova automaticamente un’altra strada. Una replica costante dei dati su più server o in cloud, con sistemi di failover che, in caso di guasto, reindirizzano automaticamente le richieste verso l’ambiente funzionante conduce invece ad una ridondanza software e applicativa.
Un sistema di ridondanza ben progettato si attiva da solo, in pochi secondi, lasciando a tecnici e amministratori il compito di capire cosa è successo, senza fermare il lavoro di tutti gli altri.
Un altro aspetto spesso trascurato è il fatto che un server di backup che riceve aggiornamenti una volta al giorno è poco più di un archivio statico. In queste condizioni può essere indubbiamente recuperare i dati, ma risulta inutile per garantire continuità operativa in tempo reale. Un altro punto spesso frainteso riguarda il backup tradizionale e sono molte le aziende che pensano come eseguire un salvataggio dei dati una volta al giorno sia più che sufficiente per garantirsi la continuità operativa. In realtà non è così semplice. La frequenza e la modalità del backup devono essere progettate con attenzione, calibrandole sulla tipologia dei dati e sul livello di granularità necessario per un eventuale ripristino. Un approccio superficiale rischia di produrre copie non aggiornate, con conseguente perdita di ore di lavoro o, peggio ancora, con archivi non sincronizzati che rallentano il ritorno alla normalità. È per questo che il backup non va mai considerato come un semplice archivio statico, simile a una cartella di Google Drive o OneDrive, ma come un processo dinamico e strutturato, pensato per garantire la vera continuità operativa. La vera ridondanza richiede replica costante o quasi istantanea, praticamente una sincronizzazione, così che il sistema secondario sia sempre pronto a prendere il posto di quello principale senza creare disallineamenti o perdite di informazioni.
Anche la geolocalizzazione dei sistemi ridondati è importante e tenere tutto nello stesso edificio può essere da un lato comodo e veloce, ma dall’altro espone a rischi ambientali. Ad esempio un blackout prolungato, un allagamento, un incendio o un evento climatico estremo possono mettere KO sia il sistema primario sia quello di backup. Ecco perché in questi casi torna utile avere soluzioni ibride con una parte della ridondanza in sede per interventi rapidi e una parte in cloud o in un data center esterno, magari situato a centinaia di chilometri di distanza.
Una ridondanza tecnologicamente perfetta può fallire miseramente se le persone non sanno come gestirla. Questo è un dato di fatto. Serve un piano operativo chiaro che indichi chi deve fare cosa e come. E serve formazione, chiarezza nelle procedure… quando un guasto reale si presenta, non c’è tempo per leggere istruzioni.
L’hardware può comunque degradarsi nel tempo, le configurazioni possono diventare obsolete, le connessioni alternative possono non essere più attive, ecco allora che vanno fatte regolarmente i test di funzionamento e la manutenzione. Un’infrastruttura ridondata che non viene verificata regolarmente rischia di dare un falso senso di sicurezza. Anche perché la ridondanza non è statica e va aggiornata e adattata al mutare dell’azienda. Nuovi servizi, nuovi mercati, nuove modalità di lavoro (pensiamo allo smart working) possono cambiare radicalmente le priorità. Una rete ridondata progettata cinque anni fa potrebbe oggi avere punti deboli evidenti, semplicemente perché l’organizzazione è cambiata.
Ridondanza come leva strategica per la competitività
Quando si parla di infrastruttura ridondata, la tentazione è di ridurla a una questione meramente tecnica. Ma la verità è che, nelle aziende di oggi, rappresenta una leva competitiva tanto quanto il marketing, la qualità del prodotto o la capacità di innovare. Un’infrastruttura che non si ferma comunica affidabilità, solidità e rispetto per i clienti. Infatti, un cliente che trova sempre un servizio disponibile, indipendentemente dall’ora o dalle circostanze, è un cliente che ha un motivo in più per restare.IdeaPM affianca le aziende nella progettazione e realizzazione di infrastrutture IT sicure, ridondate e su misura, studiando soluzioni che eliminano i punti critici e garantiscono la massima continuità operativa. Scopri come trasformare la tua rete in un asset strategico, visitando www.ideapm.it e richiedendo una consulenza dedicata.

